Tornare ad abitare

2010/07/08

di Giorgia Maltoni

“Tornare ad abitare”_ Il titolo assegnato alla giornata di workshop alla quale abbiamo partecipato il 17 giugno, mi sembra davvero emblematico. “Abitare” come essere, modellare i propri spazi, lavorare, vivere, ricostruire, ridisegnare: concetti che non possono essere ridotti al solo problema dell’abitazione, per quanto essa possa essere sicura ed accogliente. Tutto ciò è ancora più chiaro per una città che fino ad oggi è stata chiusa in se stessa e che in passato è stata già capace di risollevarsi dopo eventi catastrofici. Abbiamo imparato nell’ultimo anno che “Tornare ad abitare”, però non è un concetto scontato, al di là delle difficoltà economiche. A 14 mesi di distanza dal sisma del 6 aprile sconvolge sapere che molti sono ancora senza casa né lavoro e che i pochi che avrebbero fondi disponibili, non possono ancora ristrutturare o ricostruire la propria abitazione o il proprio negozio. Non è comprensibile neppure che la stessa velocità tanto pubblicizzata con la quale sono state costruite le abitazioni del piano C.A.S.E., non si sia pensato ad un modo per riportare la vita in centro: negozi e abitazioni continuano ad essere spazi fantasma pronti ad essere congelati per chissà quanto tempo. Con il passare del tempo, anche le persone che si sono dimostrate fin da subito pronte a lottare per i diritti di tutta la città stanno perdendo la speranza che le cose si risolvano. Forse bisognerebbe che ognuno di noi iniziasse a pensare come si potesse sentire da un giorno all’altro senza casa, senza scuola, senza negozi nei quali fare la spesa, senza luoghi dove ritrovarsi. Sentirsi aquilani per un giorno, per far sapere agli altri notizie che altrimenti non si conoscerebbero, che la stampa non vuole diffondere. Divulgare per essere più umani nei confronti di persone che sono come noi o che potremmo essere noi.

“Libertà è partecipazione, recitava una canzone di G. Gaber. La partecipazione intesa non come semplice adesione ad un evento sporadico artistico o sportivo né rituale religioso o elettorale, bensì coinvolgimento reiterato, razionale ed emotivo a processi di gruppo spontanei o istituzionali della comunità locale.

La partecipazione, quindi, non è un vezzo intellettuale: determina la qualità della socialità, della sostenibilità dei legami comunitari, della democrazia. Partecipare democraticamente e in libertà risulta spesso un processo con traguardi intermedi che vanno salvaguardati di continuo. Tale processo favorisce il confronto e il controllo dal basso e questo consente il rinnovamento che rigenera il corpo sociale. La costante rigenerazione ha luogo tramite prevenzione e giustizia che possono evitare collassi sociali (e sismici).

Cosa identifica oggi l’aquilanità? Se fino a ieri questa zona appenninica era associata per stereotipo alla tradizione montanara (clima freddo, chiusura caratteriale/relazionale e transumanza), se la presenza di una Università e di poli di eccellenza quali l’Istituto di Fisica Nucleare del Gran Sasso, le aziende farmaceutiche, il Teatro Stabile, ecc., non hanno svolto il ruolo di volano per l’entroterra abruzzese: con la tragedia del terremoto è apparso al mondo intero l’immagine di una comunità forte che, con dignità ed orgoglio, resisteva senza troppi lamenti alle sofferenze. L’attaccamento al proprio territorio è strutturato su una tipologia di isolamento che consente all’Aquilano di ritenere le caratteristiche del luogo irrinunciabili, poiché di qualità superiore: L’Aquila non è caotica come le grandi città, il clima non è umido, ma fresco l’estate e d’inverno il freddo è secco, l’acqua è buonissima e anche il cibo. Pur confrontandosi con altri territori che evidenziano una tranquillità logistica, un clima temperato, acqua e cibo gustosi e vari, agricoltura favorevole e paesaggi splendidi, l’isolamento ha favorito una sorta di mistificazione soggettiva o di morbosità nei confronti di aspetti, dall’isolamento al clima, dalle scarse opportunità occupazionali alla difficoltà al dialogo (non per ultimo l’alto grado di sismicità), che per tanti non Aquilani residenti sono spesso insostenibili. La particolarità della città dell’Aquila e del suo circondario, oggi riconducibile alle dimensioni del “cratere” sismico, sta tutta nella storia della sua inaccessibilità logistica e del suo isolamento. Differentemente da tanti altri borghi italiani L’Aquila presenta una lontananza pratica da città limitrofe consistenti. Per consistenti si intende agglomerati urbani che possono offrire alternative occupazionali, culturali, sociali, ludiche simili o superiori a quelle del capoluogo regionale. Infatti riscontriamo che le cittadine di una certa consistenza, più prossime all’Aquila, sono Avezzano, Sulmona, Teramo, Rieti: esse risultano distanti circa 60 chilometri. Pescara e Roma addirittura oltre 100 chilometri. Ma non è tanto la distanza in Km a pesare sui collegamenti, quanto la tipologia dei percorsi di montagna, con i problemi dell’altitudine in inverno e delle strade tortuose. L’isolamento parziale della comunità aquilana, rispetto a cittadine che hanno altri centri rilevanti raggiungibili con comodità, ha favorito nel tempo l’attaccamento della comunità ai luoghi natii. Questi luoghi divengono unici e altamente simbolici per chi investe vita quotidiana, affetti e speranze, non replicabili o esportabili, in altre cittadine.

Fino alla data del terremoto e nella storia recente delle ultime generazioni del territorio aquilano la città veniva percepita come un microcosmo unico, autosufficiente, libero e protetto da influenze esterne. Per molti aquilani le montagne poste a corollario dell’altopiano fungevano da riparo rassicurante piuttosto cha da ostacolo verso l’esterno.”

[dal sito Collettivo 99_ Roberto Lettere, sociologo_ Bozza di intervento in occasione della giornata di incontro-dibattito, del 26/02/2010 a L’Aquila, per la presentazione del progetto 0.R..eS..Te.(Osservatorio per la ricostruzione e lo Sviluppo delle aree colpite dal Terremoto), sul tema: “Oltre la ricostruzione: dalla ricomposizione sociale alla partecipazione civica”.]

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2009/11/26

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Il laboratorio di sintesi I luoghi dell’abitare. Identità della residenza contemporanea intende rinnovare l’esperienza del blog precedente proponendo la riflessione sul tema dell’insediamento umano nelle sue diverse declinazioni. Lo studio si concentra all’interno di due aree geografiche distinte: l’Italia, realtà fisica e culturale prossima appartenente alla nostra formazione e l’India, da anni assunta quale luogo d’interesse privilegiato utile alla comprensione di radici culturali ataviche che esprimono la continuità con l’antico mentre manifestano con assoluta evidenza le modificazioni incessanti del territorio sociale del presente. All’interno del processo progettuale i gruppi di studenti che partecipano al laboratorio s’impegneranno in una prima fase di reperimento e sistematizzazione di documenti utili ad un’analisi propedeutica all’elaborazione del progetto. Il blog si configura allora come piattaforma aperta in cui raccogliere e scambiare dati e informazioni, finalizzata al libero confronto e all’approfondimento delle tematiche illustrate.

L’attenzione è rivolta alla conoscenza dei territori di diversa natura e dei paesaggi culturali dove, dentro precisi sistemi organizzati, le comunità insediate si evolvono comunicando i propri segni di appartenenza.

Ogni identità è fatta di memoria e oblio. Più che nel passato, va cercata nel suo costante divenire. Marco Aime

 

 

omaggio a Claude Lévi-Strauss (Bruxelles, 28/11/ 1908 – Parigi, 30/11/2009)

Ogni paesaggio si presenta dapprima come un immenso disordine, che lascia liberi di di scegliere il senso che si preferisce attribuirgli. Ma al di là delle speculazioni agricole, degli accidenti geografici, dei mutamenti della storia e della preistoria, il più nobile fra tutti non è forse il senso che precede, ordina e, in larga misura, spiega gli altri? Questa linea pallida e indistinta, questa differenza spesso impercettibile nella forma e nella consistenza dei detriti rocciosi, testimonia che là dove vedo oggi un arido terreno, due oceani, un tempo, si sono susseguiti. L’osservare in ogni traccia le prove del loro stagnare millenario e il superare tutti gli ostacoli – pareti scoscese, frane, rovi, colture – indifferenti ai sentieri come alle barriere, poteva sembrare un controsenso. Questa insubordinazione, invece, ha il solo scopo di ritrovare un significato conduttore, certamente oscuro, ma di cui tutti gli altri sono una trasposizione parziale o deformata.

Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici, Il Saggiatore, pp.54-55

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